Poeti salentini, viaggio nelle parole


(fonte foto Lecceprima.it)

La freschezza della poesia, la meraviglia di occhi nuovi che vagano tra le parole, cercando un senso che faccia “sentire”, interpretare emozioni e comprendere quanto queste siano simili, ma anche la solitudine del vivere sensazioni universalmente riconosciute, spesso difficili da esprimere per chi, per carattere o scarsa inclinazione, di per sé tende a soffocarle. Siamo esperti di viaggi, è vero, ma per viaggi si intendono anche quelli che permettono di fare i libri, compagni silenziosi a prima vista, ma così ricchi di insegnamenti per chi sa guardare e sa approcciarsi nel giusto modo. Per questo vi presentiamo un viaggio tra le parole dei più amati poeti salentini, un modo per farvi conoscere la nostra terra da un’altra e insolita angolazione, quella della poesia.



Cosimo Corvaglia
Schivo, solitario, un’aria torva all’apparenza che racchiude, ancora oggi, una delle penne più sottili e dolcissime della poesia italiana, Cosimo Corvaglia è un intellettuale, un maestro, anche di vita. Un salentino intriso della sua terra, in cui affonda le radici pur essendosi formato al di fuori del territorio, Agropoli prima, Genova poi, che racconta di spaccati e ricordi, di affetti mai sopiti, anzi amplificati dal passare del tempo, della memoria del padre, della famiglia, del logorìo del dolore e del pensiero della morte. Nonostante questo, tutta la poesia corvagliana non è mai tesa a una celebrazione negativa della terra d’origine, il Salento, ma è piuttosto un’arma per celebrarne la bellezza, che passa sempre dalla sublimazione dei ricordi di gioventù, della semplicità dei gesti, dei rituali e delle abitudini, senza mai alcun senso del macabro.

“Con questo rosso secco raggrumato letto bruciato di viti e di ulivi, con queste basse case scalcinate come in corteo bianche suore stanche ferme e assorte nelle ore dell’estate, sei un fantasma dai capelli verdi con la bocca ansimante verso il cielo, che muore dolcemente dissanguato” Salento, “Sillabe mute”, Manni (2000)

Vittorio Bodini
Nato a Bari ma rientrato poi nella sua città d’origine, Lecce, Bodini è stato uno uno dei maggiori interpreti e traduttori italiani della letteratura spagnola e ha lasciato a noi pochi, ma intensissimi testi. Un interprete tra i più grandi di un Salento e un sud che racconta con malinconia, rassegnazione e tocco rude, talvolta, per la sua dimensione limitante, seppur amatissima.

“Un paese che si chiama Cocumola / è / come avere le mani sporche di farina / e un portoncino verde color limone. / Uomini con camicie silenziose fanno un nodo al fazzoletto / per ricordarsi del cuore. / Il tabacco è a seccare, / e la vita cocumola fra le pentole / dove donne pennute assaggiano il brodo”.

““Cade a pezzi a quest'ora sulle terre del Sud un tramonto da bestia macellata.
L'aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s'accende un lume".


Il sud bodiniano è un lembo di terra mitico, ancestrale per tanti versi, un tema portante che serpeggia in ogni verso che, ancora oggi, riempie il cuore di chi ha la fortuna, il piacere o la casualità di approcciarvisi.

Vittorio Pagano
In coppia con Bodini, erano ”i due Vittorio gitani”, due artisti, due anime inquiete, sempre proiettate verso la fuga, ma in realtà con gli occhi puntati agli orli delle chiese barocche, al bianco accecante degli ammattonati delle città salentine, alla routine di un sud castrante, in netta contrapposizione col sogno delle città dei sogni (la Spagna, nel caso di Bodini, che raggiunse), la Francia e Parigi, in particolare, per Pagano, che restò sempre un sogno. Una penna in mano per essere altrove, un’arma per difendersi dal provincialismo in cui si sentiva oppresso, tanto da giungere a ridicolizzare le tradizionali feste paesane.

Ho sognato di treni sempre in fuga, /con un viso di diavolo: momenti/sudati, insudiciati, quando gli occhi pensano/…ed una pozza si prosciuga nella sabbia incapace di eventi, nell’incavo lasciato dai ginocchi/troppo a lungo preganti (…)

La mia città una notte s’è spaccata
e distrutto ne fu da allora il cuore.
Io stupii che non tutta la mia gente
corresse almeno un attimo
per vedersi mostrare
da me la cattedrale barocca, unica pietra.
E forse è favola
questa cui condiscende ormai la voce,
ma davvero hanno un sangue ed una carne
gli angeli buffi e le cariatidi aspre
della facciata storica e un curioso
scheletro in movimento,
che poi divenne inutile conoscere
e riportare alla memoria.


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